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Il blog di Claudia Mancini

#IO HO UN SOGNO. IO HO UN MANTRA

 
Fidatevi dei sogni perché in loro
 
è nascosta la porta dell'eternità
 
Kahlil Gibran
 
 
Un mantra da meditazione serve a svuotare la testa dai mille pensieri e agisce energicamente attraverso la vibrazione del suono. Di solito si usano antiche parole, tramandate dalla tradizione e spesso selezionate per te da un maestro o guru. Non è necessario comprendere il significato delle parole e infatti la lingua usata è spesso incomprensibile a noi occidentali. È la qualità creativa del suono che, ripetuto con costanza, porta automaticamente gli effetti desiderati.
 
Un mantra personale invece è qualcosa di molto diverso. Prima di tutto è nella lingua che parli abitualmente, perché infatti non esiste già preconfezionato: va creato su misura per te. Il suo obiettivo non è aiutarti a entrare in stato meditativo o a evolverti spiritualmente. Ripetere il mantra personale agisce su di te sbloccando i tuoi pensieri limitanti e in pratica riprogrammando la tua mente. ( web: Ilaria Ruggeri C+B )
 
 
Alla fine è arrivato! Così: all’improvviso e inaspettato. Alla fine dopo anni di mantra, pensati da qualcuno e aggiustati anche da me. Recitati, alcuni, con l’intensità dei momenti intimi, in una estenuante litania senza fine, decine, centinaia di volte al giorno, domenica 17 luglio, dalla Centralità del mio Essere in Divenire, è sbocciato, come un fiore pirotecnico, variopinto e luminescente, il ‘mio mantra’. ‘Il mantra personale che accende il mio sogno.’ Finalmente!
 
Da bambina avevo già questo sogno: aiutare le persone a ritrovare la felicità che avevano perduto. Crescendo ho anche capito che se volevo raggiungere il mio obiettivo, la prima persona che ‘poteva’,e ‘doveva’ essere felice ero proprio io.
Così da grande ho deciso di 'fare' la psicologa clinica, come si dice nell’ambiente. Ma dopo tante sedute, trascorse al di qua della scrivania, ho scoperto che lì dove stavo non avrei, mai e poi mai, trovato quello che cercavo. In nessuna scuola infatti, e tanto meno in quelle di psicoterapia, si studiava e si praticava la felicità.
 
A detta di coloro che mi avevano visto crescere ero stata una bambina vivace, gioiosa e particolarmente divertente che, con le sue battute e le domande impertinenti faceva morir dal ridere i grandi. Mipiaceva però stare anche da sola ed ero capace di stare per ore nel mio lettino a giocare con dei semplici pezzetti di carta fino aquando mi addormentavo. Riscuotevo molte simpatie tra i negozianti del quartiere, che facevano a gara per regalarmi sempre qualcosa quando, al seguito di mia madre, entravo nella loro bottega a fare la spesa del giorno. Nei miei ricordi ci sono : una mollica di parmigiano, 10 lire di pizza rossa, 2 coppie di ciliege da mettere sulle orecchie a mo’ di orecchini o un grappoletto d’uva bianca che, tutta contenta, spiluccavo sulla via del ritorno verso casa. Nel palazzo c’erano pochi bambini, tutti maschi, ed io unica femminuccia ero al centro dell’attenzione. L’infermiera dello studio medico al piano terra per me era ‘zia Tilde’. E zia Tilde è stata in quello studio dalle pareti bianco latte e le porte verniciate di bianco con i vetri smerigliati e lattiginosi, per altri 30 anni fino a quando, scomparsa la dottoressa, anche lei èandata in pensione.
 
Nonna Elena, la mamma di papà, dopo la morte del marito, avvenuta nel 1943, sempre sulla stessa strada, nello stesso stabile dove abitava, aveva aperto un negozio di mobili - della serie: casa e bottega - e tra i commercianti della zona era conosciuta come la ‘la mobiliera’. Così io che la imitavo in tutto e per tutto, ero la ‘mobilieretta’. Chi passava per la strada, mi vedeva spesso seduta sul gradino del negozio, con i soliti pezzetti di carta tra le mani, mentre mi rivolgevo all’invisibile cliente: ‘Lei è una brava persona. Ha sempre pagato le cambiali. Ed io sono contenta di non averla mai mandata in protesto. A me dispiace quando succede, maquando un cliente non paga, dopo aver aspettato per un po’, sono costretta a mandarlo in protesto… Vedrà la camera da letto che hacomprato da me le durerà per sempre perché è tutta di legno massello. Per l’esattezza è di palissandro.’
 
Questa attrazione per i gradini mi è rimasta tale e quale come allora e, appena posso, soprattutto d’estate al mare, mi piace ancora sedermi fuori la porta o davanti la vetrina di un negozio con la serranda abbassata, per gustare un cono gelato o per fumare una sigaretta.
 
Anche se in casa non si parlava apertamente di quanti soldi entravano, ‘sapevo’ che mia nonna era più ricca di suo figlio, mio padre,che aveva appena cominciato a fare l’imprenditore edile. Era lei infatti che mi comprava i vestiti, sempre molto belli e i completi con i pantaloni che a me piacevano di più.  E le domeniche d’estate, quando nonna Elena veniva a trovarmi alla casa che prendeva in affitto per le mie vacanze al mare, era a lei che chiedevo di comprarmi, di nascosto di mio padre, gli zoccoletti con il tacchetto. Avevo appena due anni, ma già aspiravo a sembrare una‘signorina’! Naturalmente appena nonna ripartiva per Roma, gli agognati zoccoletti con il tacchetto mi venivano requisiti e la domenica successiva si ricominciava con l’ennesimo acquisto del medesimo paio!
Non ho mai scoperto che fine facessero, credo che finissero direttamente nel secchio della spazzatura!
Quando stavo con nonna Elena e i miei zii che vivevano a casa con lei, ero felice perché ricevevo molte attenzioni e mi sentivo amata e coccolata. Ero ugualmente felice però, quando andavo a trovare nonna Pina e nonno Ottorino, i genitori di mia madre, perché potevo giocare con le mie due cugine che, dalla morte del padre, vivevano insieme con la madre, stabilmente a casa dei nonni. Nonostante fossi la più piccola delle tre, mia madre mi ripeteva spesso che ero io a decidere quale gioco fare o quali regole dei giochi cambiare. Quando d’estate altre bambine volevano giocare con noi, ero sempre io a decidere chi poteva farlo e chi no. Una estate, a Rocca di Papa, la località dei Castelli Romani, dove i miei nonni materni erano nati e trascorrevano le vacanze estive, avrò avuto più o meno due anni e mezzo, con la mia inseparabile borsetta di paglia al braccio, presi per mano mia cugina e facendo finta di essere ‘due signore’, la trascinai a fare la spesa al mercato sotto casa. Quando mia zia e mia madre ci ritrovarono davanti al banco della verdura, mi sentirono dire: ‘ quando passa, paga nonna! ’…
 
Da questi episodi trae ispirazione ed energia il mio mantra personale :
 
Io sono Maria Claudia Mancini, una autentica Social Leader.
 
Io sono un modello di rinnovata notorietà, prosperità e felicità per me e per gli altri.
 
Unabbraccio generoso

1 commento a #IO HO UN SOGNO. IO HO UN MANTRA:

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Gioia bella on giovedì 22 settembre 2016 07:09
Ciao Maria Claudia ,un abbraccio.....❤️❤️❤️❤️❤️
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